Ridare vita ad un territorio montano: una storia di resistenza e di cooperazione.

Mettere a posto un territorio. A partire dall’acqua e dalla gente del posto.

Un progetto lungo, faticoso, ardìto. Un percorso spinoso, complicato. Richiedeva pazienza, moltissima pazienza. Ma anche competenza. E una caratteristica innata: la simpatia.

Conobbi don Ezio molti anni fa.

Pur non essendoci mai visti né sentiti, un bel giorno gli telefonai e gli chiesi un appuntamento per discutere con lui circa un progetto di un enorme impianto eolico industriale che avrebbe potuto interessare e devastare il passo del Mercatello, il Groppo di Lavezzera e una bella fetta del nostro Appennino: una vasta area punteggiata dalle parrocchie di montagna dove don Ezio esercitava da anni.

Don Ezio mi accolse con molta gentilezza e disponibilità.

Egli era ed è un profondo conoscitore ed amante delle montagne dell’Appennino e possiede una sensibilità ecologica come pochi. In quegli anni ho potuto apprezzare la sua persona, l’affetto che la gente di montagna gli riservava, la sua disponibilità sincera e trasparente.

Il suo coraggio e la sua incorrutibilità.

Da allora ci siamo rivisti altre volte in occasioni differenti come qualche anno fa quando lo ritrovai in una giornata dedicata allo sviluppo sostenibile della montagna, a discutere di progetti concreti di valorizzazione delle aree disagiate.

Don Ezio portava la sua testimonianza su un progetto di recupero di antichi pascoli, a Metteglia, alle pendici del Monte Aserei. Io rappresentavo la Fondazione Bertuzzi Losi ed il suo impegno sul territorio.

Qualche giorno fa, nella sua nuova dimora cittadina, mi sono fatta raccontare più in dettaglio come si fosse svolto questo progetto e quale frutti avesse apportato ad oggi. Di questa storia, che in parte conoscevo già, mi interessava moltissimo lo spirito che l’aveva animata e la cooperazione che si era creata. In montagna. Nel regno del “fai da te, per conto tuo, che è meglio”.

Sapevo che il racconto di Don Ezio  mi avrebbe affascinato.

“L’idea, è partita dai ricordi degli anziani del luogo, dalle tradizioni locali, da quel bel miscuglio di riti religiosi e consuetudini civili che nelle zone di montagna intride la popolazione sin dalla nascita”.

“Fino a circa 50-60 anni fa”, continua a raccontarmi Don Ezio, “i pascoli di Metteglia costituivano il luogo dell’incontro, delle feste annuali. Lì, sul pianoro, c’erano gli animali al pascolo, si organizzavano da sempre le fiere di paese, si celebravano le “messe di alta quota”, durante le quali la statua della Madonna trovava casa nell’incavo di una grossa quercia…”

Gli anziani raccontavano anche di una vecchia sorgente che un tempo dava acqua al pascolo e … alle feste, naturalmente! E questa andava cercata e riattivata!

Dov’era finita la fonte? che fine aveva fatto?

E le strade per giungere al pascolo? Una frana le aveva interrotte.

Il pascolo? Scomparso sotto un groviglio di rovi e rosa canina…

Il progetto, partito dalla collettività, sembrava semplice su carta: riattivare la sorgente, ripristinare la strada, ripulire il pascolo. E poi…trovare gli animali affinchè il pascolo rimanesse pulito!

Tutta la comunità si è attivata per dare il suo vitale contributo.

Gli abitanti si sono riuniti in un consorzio rurale, hanno acquistato con un mutuo i mezzi necessari per operare sul campo. Le donne supportavano il lavoro degli uomini con la buona cucina genuina.

E Don Ezio?

Don Ezio, come mi racconta con il sorriso sulle labbra e lo sguardo vispo, ha investito “due anni di diplomazia parrocchiale” per trovare il bandolo della complessa matassa delle proprietà super frazionate tipiche delle aree di montagna. E già! L’area dei pascoli era composta da ben 5 mappe catastali suddivise in una miriade di particelle appartenenti ad una miriade di proprietari di cui spesso si era persa traccia e che spesso avevano lo stesso nome..!

Solo la proverbiale finezza di Don Ezio, la sua capacità inusuale di utilizzare mezzi tecnologici unita alla sua abilità pratica sul campo hanno permesso di ricostruire sul terreno le differenti proprietà catastali e riportare a pascolo solo le particelle dei proprietari interessati al progetto.

Munito di geolocalizzatore satellitare, 2 telefonini, un computer portatile (che doveva restare all’ombra), una chiavetta 3 G (che doveva restare in alto, sulla cima di un albero)… Don Ezio ha trascorso 3 anni e mezzo a piantare bandierine qua e là che indicassero allo scavatore, con precisione millimetrica, dove lavorare senza intaccare i confini di quei proprietari che non partecipavano al progetto di recupero.

Finalmente dopo una decina d’anni di impegno collettivo, la comunità locale ha ridato vita a questo pezzo di territorio montano.

130 ettari di pascoli, sono tornati attivi. Finora hanno pascolato i bovini dei nostri amici Contadini Resistenti dell’azienda Agrigest- Campolungo di Bobbio e successivamente i capi dell’azienda la Rocchetta capitanata dalla giovane Silvia che con coraggio e abnegazione ha ripreso la sua attività di allevamento e attualmente gestisce i pascoli con tutta la famiglia.

La sorgente è stata identificata, “disotterrata” e trasformata in “Fontana Marenga”. Ricostruiti gli abbeveratoi e riaperti vecchi sentieri.

Le feste sono riprese e ogni 16 agosto tutta la popolazione si ritrova sul pratone.

Don Ezio dal 2015 ha riattivato i suoi campi scout, dopo l’ingiusto sfratto dall’ex scuola ospitante di Brugneto da parte dell’allora sindaco Agogliati, forse adirato per quel parroco di montagna che pensava, oltre che alle sue anime, anche alla protezione delle bellezze del Creato.

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